Audioguide di Polverigi
La tua guida personale alla scoperta del borgo
Da oggi puoi esplorare Polverigi in un modo nuovo e coinvolgente: ascoltando le sue storie. Le nostre audioguide sono state create per accompagnarti passo dopo passo tra i vicoli del centro e i luoghi più significativi del territorio, trasformando la tua visita in un'esperienza immersiva e ricca di scoperte.
Ti basterà il tuo smartphone per avere una guida personale sempre con te. Avvia la traccia audio corrispondente al punto di interesse e lasciati trasportare da racconti, curiosità e aneddoti che danno voce alla storia, all'arte e alle tradizioni del nostro paese. È il modo ideale per visitare Polverigi in completa autonomia e secondo i tuoi tempi.
Sulla destra di Piazza Garibaldi si affaccia l’unico esempio di edificio borghese e padronale di tutto il centro storico.
Costruito nel ‘700 dalla famiglia Giamagli, una delle più antiche e importanti del paese, è attualmente proprietà della famiglia Cappella che lo ha restaurato recentemente.
Finemente decorato ad affreschi in stile liberty è visitabile a richiesta la mattina del sabato dalle ore 9,00 alle ore 11,00 secondo il seguente calendario:
- 1° sabato dei mesi di Feb. - Mar.- Apr. - Giu. - Lug. - Ago. - Set. - Dic.;
- 2°sabato dei mesi di Gen. - Mag. - Nov.; 3° sabato di Ott.
I recenti lavori di restauro e il rilievo del complesso riportato nel cabreo del 1760 della Biblioteca Planettiana di Jesi, ci permettono di stabilire le modifiche portate nel tempo all’interno dell’edificio.
Fino al 1600 la chiesa aveva sei altari laterali la cui disposizione è quella definita dalle decorazioni riportate recentemente alla luce. Sulla parete destra si trovavano nell’ordine quelli dedicati a San Michele, a San Nicola ed alla Beata Vergine Maria mentre sulla parete sinistra vi erano quelli del Santo Crocifisso, di San Tommaso e di San Giuseppe.
Dal disegno del cabreo si rileva invece che mel 1760 la posizione degli altari era stata modificata e questa lettura è confermata dalle decorazioni interne prospicenti l’arcosoglio.
Infine, nel 1766 quando fu realizzato l’attuale campanile l’interno assunse le forme attuali con quattro altari barocchi che non hanno una dedica specifica.
Completano la lettura dell’edificio settecentesco un magnifico pavimento in cotto decorato ed un organo di Venanzio Fedeli del 1738.
Così come lo vediamo, l’interno di oggi è frutto di una serie di importanti lavori di restauro filologico eseguiti tra il 1998 ed il 2003.
Balzano subito agli occhi dell’osservatore le decorazioni parietali ad affresco in tre strati sovrapposti, riportate alla luce con un lavoro certosino che permettono di leggere l’apparato decorativo della chiesa e la sua evoluzione.
I frammenti più antichi di una probabile flagellazione si trovano sulla parete destra, subito dopo il secondo altare, sopra le macchie di cera di candela colate sul muro a seguito di un incendio.
Il secondo strato è costituito dalle decorazioni floreali rinascimentali che connotano i sei altari seicenteschi e sono parzialmente ricoperte dalle sovrastrutture degli altari attuali.
Infine, lo strato superiore è composto dagli affreschi barocchi di disegno architettonico che collegano un altare all’altro.
Il tutto a costituire un apparato decorativo organico registrato con tecniche digitali che hanno permesso una ricostruzione dell’interno molto precisa.
A completare una lettura organica dell’intero edificio contribuiscono infine le descrizioni delle opere d’arte che seguono.
Opera povera e modesta di fine secolo XVI - inizio XVII, strappata recentemente per non perderne il ricordo che si trovava dietro la pala dell'altare maggiore.
Evidentemente realizzata per un'unità architettonica più umile dell'attuale ha il pregio di ricordare i numerosi rimaneggiamenti subiti dall'edificio.
Rappresenta un Cristo sulla croce posto al centro di un sole ellittico dal forte significato simbolico.
La Deposizione di Polverigi è ritenuta una delle migliori opere di Ercole Ramazzani da Arcevia vissuto tra il 1535 ed il 1598.
La tela, dalla complessa e originale composizione, rappresenta le deposizione del Cristo tra la Vergine e le Pie Donne a destra e San Giovanni Evangelista a sinistra, assistito da Nicodemo che si aiuta con la bocca e con le braccia per deporre Gesù nel sarcofago.
In basso, un servo sorregge le gambe liberate dai chiodi mentre la Maddalena cosparge le stimmate con l’unguento prelevato dall’ampolla.
Sopra, in alto, Giuseppe d’Arimatea è appena giunto dalla città che s’intravvede sullo sfondo del Golgota in un tramonto plumbeo squarciato da un lampo di luce.
In quest’opera, l’iconografia della controriforma viene interpretata e rispettata magistralmente dall’artista che fa tesoro delle esperienze manieriste dei vari Zuccari, Tibaldi, Bellini, Raffaello e Michelangelo senza dimenticare il Lotto, che lo ebbe per tre anni a bottega.
Nel dipinto il Ramazzani dimostra di possedere una cultura complessa ed una personalità sicura e volitiva che gli permettono di interpretare in modo libero e personale la situazione culturale dell’epoca e gli conferiscono un’insolita capacità compositiva e cromatica.
Conosciuto per le sue qualità è servito spesso da modello per altri artisti che a lui si ispirarono anche nei secoli successivi come ad es. Fabrizio Santafede nel 1601 per la deposizione del Monte di Pietà di Napoli.
La tela di piccole dimensioni rappresenta una delle Sante più amate della religione cattolica in atteggiamento orante, incatenata, mentre offre il suo cuore al Signore tenendo in mano la palma del martirio.
L'opera, di buona mano, è da studiare a fondo perché non è chiara la sua datazione ed anche perché il soggetto originale non sembra quello della Santa.
Il manto rosso, infatti è chiaramente sovrapposto ed è altrettanto poco credibile un martirio con un gioiello importante come quello appuntato sul petto.
Il dipinto è di ottima fattura, realizzato da un maestro che conosceva alla perfezione l'anatomia e soprattutto l'uso della luce come potrebbe essere il Podesti.
Il documento più antico della storia del castello di Polverigi risale al 1198 quando viene nominato nel patto di federazione antimperiale tra Ancona ed Osimo.
La sua importanza storica fu sicuramente maggiore di quella architettonica tanto che in realtà era solamente un borgo fortificato della cerchia difensiva esterna di Ancona.
Il suo nucleo più antico era più piccolo di quello odierno, aveva pianta ad andamento circolare/ovoidale e, delle sue mura di protezione a cortina rimangono ampi spezzoni sopra Piazza Umberto 1°, dietro Via Marconi e sulla scoscesa dorsale a nord, poco visibile per la folta vegetazione.
Tra il 1600 ed il 1700, sopra le sue mura utilizzate come fondazioni, sono state costruite una serie di palazzate che ne coprono l’intero perimetro.
Oggi è il silenzioso centro storico del comune in un’oasi di pace e tranquillità.
La sua costruzione è di data incerta ma, secondo le ipotesi dello storico Villani e gli studi connessi alla Crocefissione di Polverigi, fu edificato probabilmente in due tempi, tra il XIV ed il XV secolo.
Dopo la realizzazione di un ampio piazzale esterno alle mura castellane (attuale Piazza del Comune), fu dapprima fabbricata la parte che prospetta sull’attuale Piazza Umbro 1° con la torre civica e la nuova porta d’ingresso.
In un secondo tempo fu costruita l’ala posteriore che completa l’edifico e che comprendeva anche la piccola Chiesa del Crocifisso (poi teatro, cinema ed aula consiliare) ed un edificio di civile abitazione.
Oggi, dopo i numerosi rimaneggiamenti, ampliamenti e ristrutturazioni della seconda metà del ‘900 si alza monumentale nelle sembianze di un piccolo Campidoglio.
Sulla parte frontale della mensa d’altare si trovava un paliotto, ora al restauro, elemento liturgico generalmente realizzato in stoffa o in altro materiale prezioso che in questo caso è stato realizzato in scagliola decorata con una tecnica povera, atipica, rara e molto caratteristica.
Dedicato al Battesimo di Cristo nel Giordano è eseguito in tenue policromia tra un ornato di racemi di foglie, fiori, ghiande, melograni, uccelli ed insetti che circondano due riquadri ad angoli smussati.
Iconografia, impostazione e probabile autore rimandano al paliotto della chiesa della Madonna di Loreto in Barcaglione di Falconara, quasi uguale nella forma e, in parte, nel contenuto.
Nel Medioevo, il castello di Polverigi faceva parte della cerchia difensiva esterna di Ancona ed era dotato, fin dalla sua nascita, di un gran numero di edifici sacri oggi perduti, di cui la chiesa Parrocchiale e la Chiesa del SS. Sacramento sono le ultime rimaste.
Questo edificio in stile neoclassico, è l’erede diretto della scomparsa Pieve di San Damiano risalente al XII secolo, ed è stato costruito tra il 1848 ed il 1857 sul sito di una precedente chiesa parrocchiale in stile gotico che aveva pianta longitudinale orientata ad est come molte chiese antiche.
Il suo ingresso su trovava alla destra dell’attuale facciata.
Il progetto è stato affidato dal pievano Don Agostino Pugnaloni all’Ing. Giovan Battista Gabuzzi, lo stesso che ad Ancona ha realizzato in Piazza Roma il Palazzo del Rettorato Universitario. Dopo un ampliamento del fabbricato del 1894, la facciata attuale è stata invece realizzata dall’Ing. Giuseppe Buffoni.
L’interno della chiesa è ad aula centrale e si presenta armonioso, spazioso e ben proporzionato in una perfetta pianta a croce greca intersecata da un quadrato.
La cupola centrale è coperta da un tamburo sorretto da quattro robusti pilastri che servono anche da supporti per le volte delle ali laterali e longitudinali.
Nei bracci laterali della croce, in due cappelle contrapposte: gli altari del sacro Cuore a destra e dell’Addolorata a sinistra, la cui icona è contenuta in una settecentesca cornice lignea a raggiera dorata.
L’altare maggiore invece, racchiuso da un’abside semicircolare è dedicato al siriano Sant’Antonino Martire di Apamea, vissuto tra il 337 ed il 370 d.c., il cui culto in Italia è presente solo ad Assisi.
Il quadro rappresenta la storia di un rapporto ricorrente tra i monaci di Polverigi e i quattro santi venerati nella chiesa, testimoniando anche la vivacità culturale e la ricchezza del convento che nei secoli XVII e XVIII si poteva permettere di commissionare opere a pittori di vaglia e sicura professionalità.
La tela reca al centro una piccola cornice dorata finemente coronata, probabilmente destinata alla Madonna del Buon Consiglio di cui contiene una riproduzione che è punto focale della composizione e snodo tra la parte superiore e inferiore della scena.
Nella parte alta un gruppo di angeli attornia la cornice ed offre cintole ai quattro personaggi, Monica, Agostino, Nicola da Tolentino e Nicola di Bari, che si trovano nella parte sottostante.
L’opera è firmata da Domenico Simonetti detto il Magatta, buon pittore anconetano ma assai discusso nato nel 1685 e cresciuto a Roma alla scuola del veneziano Francesco Trevisani.
Dipinto a tempera su tavola di autore ignoto del XV secolo, era la pala dell'antico altare del Crocifisso ricollocata nella posizione originale dopo il restauro e la ripulitura dalla Maddalena eseguiti nel 2000.
Rappresenta il Cristo tra la Madonna e San Giovanni, assistito da due angeli. Sullo sfondo, un paesaggio riproduce da una parte il castello di Polverigi visto dalla chiesa e dall’altra la probabile veduta del palazzo Comunale con l’entrata del castello.
Sotto la scena, tre personaggi non identificati.
La composizione è semplice, l’ambiente sereno e la tecnica pittorica interessante; tuttavia, la parte iconografica che trasforma in Golgota il colle su cui sorgeva il monastero, sembra più dedicata all’allegoria del Cristo che protegge Polverigi che non al tragico evento della crocefissione.
Per avere un quadro completo di quest’opera è opportuno che il visitatore si soffermi sui pannelli illustrativi esposti nell’atrio della sala consiliare.
La “Crocefissione di Polverigi” è il dipinto più antico del Comune e probabilmente il più prestigioso.
Ritrovato in una nicchia del Palazzo Comunale, si è parzialmente conservato grazie ad un muro in foglio che, nel 1826, uno sconosciuto muratore gli ha eretto davanti quando l’antica “Chiesa del Crocifisso” oggi perduta, è stata inglobata nella residenza municipale.
Da quell’anno lontano, della pala si era persa memoria e non poteva essere altrimenti perché il dipinto riportato alla luce appariva di fattura modesta in seguito a numerose manomissioni che lo ricoprivano.
Così è rimasto nell’ufficio tecnico comunale fino al 1978 quando a seguito di alcuni indizi che erano visibili, l’Amministrazione Comunale decise di far fare alcuni saggi per vedere quale fosse l’opera originaria.
Com’era prevedibile, ma non scontato, il dipinto si rivelò di pregevolissima fattura anche se mutilato per circa due terzi della sua superficie e così si decise di restaurarlo.
Quell’inconsueta pittura murale liberata dalle incerte figure che la ricoprivano, si è rivelata un pregevolissimo ed originalissimo affresco quattrocentesco appartenente al periodo del “gotico gentile o cortese” sviluppatosi nelle Marche tra l’inizio del rinascimento e i primi del Cinquecento.
L’affresco divenne subito oggetto di studio da parte del prof Zampetti, il maggior esperto italiano di pittura rinascimentale, che l’ha collocato tra le opere della “Scuola di Ancona”, attiva in città per l’attività di alcuni ottimi pittori marchigiani tra i quali Olivuccio di Ceccarello. al quale il critico era propenso ad attribuirla.
Sul versante della ricostruzione iconografica, il presidente della Mediateca Comunale, Prof Rigotti ha eseguito studi comparativi con opere del periodo e, grazie all’utilizzo delle tecnologie informatiche e ad alcuni punti chiave rimasti fortunosamente nell’affresco è riuscito a definire quasi per intero e con buona approssimazione la ricostruzione del dipinto.
Questo grande frammento è la porzione di un’ampia e monumentale Crocifissione dove sono potentemente caratterizzati lo stile ed un’iconografia, eccezionale ed inusitata per la regione marchigiana.
La composizione prevede infatti la rappresentazione dell’episodio secondo la narrazione ampia e circostanziata, fatta nei testi dei quattro Evangelisti e presenta quindi la raffigurazione dei due ladroni crocifissi ai lati del Cristo, oltre ad una turba immensa di soldati di cui si scorgono gli elmi in successione, oltre alla selva di lance e bandiere.
Una crocifissione così affollata verrebbe da dire così stipata e congestionata da soldatesche romane, come proclamano le sigle nelle bandiere, non si è mai vista nelle Marche, nemmeno nel grande affresco dei fratelli Salimbeni ad Urbino del 1416, nell’Oratorio di San Giovanni.
La sua iconografia è certamente desunta da qualche esemplare del nord Italia, dove si trovano le rappresentazioni pittoriche, ad esempio, del pittore piemontese Jaquerio.
Dal punto di vista stilistico, l’opera è realizzata secondo i modi e le scelte espressive del pittore Giovanni Antonio Bellinzoni detto da Pesaro a cui può essere attribuita grazie al confronto con le sue opere certe di Serra de’ Conti (oggi nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino) e, soprattutto, della Chiesa di San Francesco di Rovereto di Saltara.
Il tutto perché l’autore pesarese è stato frequentemente attivo nella ‘marca anconetana’, soprattutto fra quarto e quinto decennio del quattrocento dove ebbe a confrontarsi con la vasta attività di quell’Olivuccio di Ceccarello ipotizzato da Zampetti, con la bottega del quale ebbe forse ad intrattenere dei contatti specifici.
La tela è firmata e datata dal fiammingo Ernst Van Schaych (italianizzato in Ernesto de Schaichis) vissuto nelle Marche tra il 1600 ed il 1631.
Il quadro rappresenta la Madonna in trono col Bambino che dona la corona del Rosario a Santa Chiara, attorniata da pie donne.
In basso si trovano San Francesco e San Domenico con altri due personaggi che probabilmente commissionarono l’opera.
Il dipinto ha la particolarità, non rara nello stile barocco, del soggetto principale attorniato da 15 riquadri dedicati ai misteri della Vita della Vergine e di Gesù e risale al 1606.
Fu quello il primo periodo del pittore nelle Marche, in cui visse a Camerino e nel quale la sua arte era ancora influenzata dalla cultura nordica dalla quale riuscì ad affrancarsi dopo il 1609 durante la sua permanenza a Castelfidardo.
Solo in quegli anni assorbì la cultura manierista, barocca e di Federico Barocci che lo portò ad esprimersi con pennellate larghe, ariose e con colori vivi e brillanti.
Probabilmente voluta dalla Confraternita del Santo Rosario per farne la pala del suo altare nell’antica chiesa parrocchiale, l’opera fu affidata al pittore ancora poco conosciuto, che la dipinse aggiungendovi i due personaggi vicini a San Domenico, i quali probabilmente contribuirono alla spesa.
Il dipinto di autore ignoto della metà del ‘600, rappresenta la Vergine ed il Bambino sostenuti da quattro angeli, assistiti da sei cherubini, durante il trasporto della Santa Casa.
In basso a destra San Carlo Borromeo inginocchiato e a sinistra una Santa Martire non identificata assistiti da due angeli che sostengono la stola e la palma del martirio.
In secondo piano un paesaggio con due chiese e sullo sfondo un castello che si erge maestoso contro l’orizzonte.
La tela, a composizione piramidale, ricalca uno schema classico della pittura barocca, che si ritrova spesso nell’iconografia lauretana e s’interseca con un elemento circolare composto dagli Angeli e dai Cherubini.
L’opera, realizzata con colori di buona intensità e pervasa da reminiscenze di ascendenza veneziana, ha un’ iconografia il cui linguaggio pittorico è coerente con gli schemi costruttivi manieristici e barocchi.
Ordinata dal beneficio di S.Maria di Loreto attivo a Polverigi 1600 e 1700, proviene dalla demolita antica chiesa parrocchiale.
L’opera rappresenta la Madonna in gloria col Bambino tra angeli cherubini mentre in basso, vi sono San Michele Arcangelo che trafigge Satana e il vescovo Nicola di Bari.
Sullo sfondo, un paesaggio accidentato in cui pascola solitario un bovino, e un lago sulle cui sponde alberate si trova una casa a torre.
Il dipinto è dedicato alla devozione per San Michele Arcangelo e San Nicola ai quali anticamente erano dedicati due altari della chiesa.
I colori sono poco espressivi, smorti, freddi e denunciano la necessità di un restauro; la composizione è piramidale e presenta una contraddizione stilistica tra la parte alta e quella bassa.
Infatti, la posizione e gli abiti della Vergine, del Bambino e degli angeli di gusto nordico, contrastano con l’impostazione manieristica dei cherubini e dei due santi.
L’opera non è firmata, ma proprio la contraddizione citata prima e le due diverse cifre stilistiche del dipinto fanno pensare a Ernesto de Schaichis, che aveva già operato per la Parrocchiale di Polverigi nel 1606.
È probabile, infatti, che il dipinto sia stato realizzato dal pittore fiammingo in due tempi: la parte alta durante il suo periodo camerinese quando ancora non aveva assorbito la nostra cultura e quella bassa durante la sua permanenza a Castelfidardo quando evidenzia nuove conoscenze della cultura marchigiana manierista e barocca che gli permettono di esprimersi con una pennellata più larga ed ariosa e con colori più brillanti.
Pala del secondo altare di sinistra è una rinascimentale, notevole Madonna col Bambino circondata dai santi Maddalena ed Agostino e posta su un piccolo trono di forma esagonale, sorretto da zampe di leone in foglia d'oro sul limitare di un portico in marmo policromo a otto colonne.
L’ambientazione è caratterizzata da una profonda e scenografica prospettiva centrale, tema ricorrente dell’autore, che si affaccia su di un paesaggio montuoso con un castello, molto simile, nel complesso, alla Madonna in trono di Montelupone ed all’Annunciazione di Loreto.
Particolarità pittoriche, costruzione delle figure, caratteristiche della composizione prospettica e tecnica d’esecuzione a tempera magra, fanno assegnare l’opera ad Antonio dei Domenichi da Faenza che l’ha realizzata nel 1535.
L’opera della metà del ‘600, realizzata da un pittore sconosciuto fa pensare ad un probabile autore di formazione o scuola romana, che aveva forte personalità, grande professionalità, e conosceva bene i maggiori maestri del Rinascimento.
Rappresenta il miracolo biblico di Mosè che fa scaturire l’acqua dal deserto in una composizione suddivisa in tre parti distinte.
Al centro il profeta che compie il miracolo con la verga del potere, sulla sinistra i servi che riempiono le anfore da portare al popolo assetato e sulla destra Aronne, Giosuè ed Hur con gli armati che si preparano alla battaglia con gli Amaleciti.
Il dipinto, in cattivo stato di conservazione e di difficile lettura abbisogna di un buon restauro.
Nella cantoria lignea sopra la porta d’ingresso, si trova un antico organo, realizzato nel 1738 da Venanzio Fedeli, componente famoso di una prolifica famiglia marchigiana di organari di Serravalle del Chienti del quale sono rimasti solo sette strumenti.
L’organo, di buonissima fattura, ha 19 canne di facciata, tastiera a 45 e pedaliera a 15 tasti; dispone di 9 registri con tiranti lignei a pomello sferico e tiratutti a manovella ed è dotato di un unico mantice a lanterna con trasmissioni tasto-pedale a catenaccio.
Dopo numerose trasformazioni a partire dal periodo napoleonico e un’ultima manutenzione effettuata nel 1933, lo strumento era rapidamente degradato e non funzionava più dagli anni sessanta.
Smontato nel 2000 e restaurato con un lavoro durato circa tre anni è ora tornato all’antico splendore e viene utilizzato per concerti e musiche sacre in cerimonie particolari.
La grande pala dell’Altare Maggiore è stata realizzate nel 1904 da Francesco Cherubini, pittore anconetano che all’epoca apparteneva al filone dei “pittori storici” come il Bigioli o il Podesti di cui fu allievo.
Il dipinto rappresenta Sant’Antonino d’Apamea, protettore di Polverigi, genuflesso sulle pendici di una collina nei pressi di una sorgente, mentre ha la visione della Sacra Famiglia circondata da angeli e cherubini.
Il Santo indica alla vergine ed al Bambino il paese di Polverigi, illuminato dal sole di mezzogiorno ripreso da contrada Baiana antico insediamento storico del nostro comune.
Il dipinto, realizzato con una semplice composizione a diagonale, colori luminosi e pennellata svelta, prelude già ad alcune spinte innovatrici che sfoceranno nel movimento “in Arte Libertas” di cui Cherubini fu esponente prima di recarsi a Venezia dove morì novantatreenne nel 1960, dopo una lunga stagione artistica che lo portò ad essere uno dei maggiori vedutisti e lirico cantore di Pazza San Marco.
Terminata la visita del Castello, la visita prosegue uscendo dal centro storico, attraverso il portico a nord-est di Piazza Garibaldi.
All’uscita del Portico su Piazza Ragnini, l’edificio d’angolo a sinistra è la base dell’antica torre di avvistamento del castello mentre all’estremità opposta della piazza, vicino alla torre dell’acquedotto costruita nel 1924, si trovano parti delle mura castellane recentemente riportate alla luce.
Scendere quindi verso Via Marconi e a sinistra proseguire verso Villa Comunale Nappi.
Il quadro è attribuibile ad un ignoto autore locale della seconda meta del ‘600.
Realizzato con uno stile che evidenzia forti influenze romane e bolognesi per l’imponenza delle figure e per la classicità del panneggio fa pensare all’opera di Orazio Gentileschi a Fabriano per il particolare della Sant’Anna dipinta e costruita in una posa molto simile.
Con una rara iconografia e attraverso una complessa ed affollata composizione il dipinto raffigura un'inconsueta presentazione di Gesù al tempio.
La scena rappresenta la Vergine che sorregge il Bambino benedicente, attorniata dai santi Giuseppe, Gioacchino, Anna, Simeone, che mostra un libro aperto sulla scritta “Coram ipso omnibus diebus nostris”, ed Elisabetta che sorregge San Giovannino.
Dipinto ad olio su tela, è opera da restaurare perché in mediocre stato di conservazione.
Oltrepassata la porta d’ingresso del castello, sopra la fornice dell’arco interna un piccolo bassorilievo in pietra raffigura il cavaliere armato, il più antico stemma di Ancona esistente e ci si trova in Piazza del Comune, silenziosa, riservata e fiancheggiata a sinistra dal palazzo comunale ed a destra da edifici che poggiano quasi sicuramente sulle antiche mura castellane.
Dalla piazza inizia e termina l’anulare Via Regina Margherita che porta fino a Piazza Garibaldi, cui fanno ala verso l’esterno una cortina di fabbricati realizzati tra il 1600 ed il 1800 e verso l’interno i due più antichi edifici del castello nati come botteghe artigiane e magazzini.
Piazza Garibaldi tranquilla e silenziosa, era la zona riservata agli orti del castello ed alla piazza d’armi.
Tempera su tavola che rappresenta San Bernardo genuflesso su un gradino avanti ad una balaustra. Il Santo ha lo sguardo rivolto allo Spirito Santo che appare in alto contornato da cherubini.
Sul fondo, un ambiente architettonico con due aperture che si affacciano su un paesaggio montuoso con piccolo albero di fico selvatico.
Il dipinto, notevolmente danneggiato, è di ottima qualità pittorica che lo inserisce di diritto nel gusto “manieristico” dell’epoca anche se esce dagli schemi tradizionali barocchi e descrive un momento di vita del Santo ed una visione riprese dal bozzetto del Barocci per le “Stimmate di San Francesco” di Fossombrone.
L’autore è ignoto, ma appartiene certamente a quello stuolo collaboratori come il Ridolfi, il Palazzini o il Bellini che, nel XVII secolo, cooperarono con Federico Barocci, urbinate, certamente il miglior pittore marchigiano tardo rinascimentale dopo Raffaello.
L’opera proviene dalla demolita Pieve di San Damiano, ed è stata recentemente restaurata e ripulita dalle aggiunte ottocentesche.
L'affresco, probabilmente realizzato in due tempi in occasione della seconda e terza decorazione pittorica, è stato utilizzato per due secoli come pala dell’altare omonimo e raffigura San Nicola da Bari in paramenti vescovili che porta nella mano destra il libro con tre pomi dorati e nella sinistra il bastone pastorale.
Il santo si trova in un tempietto a basse colonne composite con decorazioni floreali davanti ad una balaustra lignea che lo separa da due angeli la cui costruzione stilistica fa pensare ad un autore posteriore a quello che ha dipinto la figura del santo, probabilmente nei primi decenni del 400.
La figura è tagliata in basso dalla cornice della pala settecentesca la cui superficie contiene anche altri resti della decorazione floreale originaria.
Un'ipotesi legata ai caratteri stilistici del dipinto fa pensare quindi alla figura del santo realizzata nel quattrocento e all'iconografia con le figure degli angeli da attribuire ad un pittore del 1610 come riportato nella scritta in basso a destra.
Dei possibili autori non si hanno notizie certe.
Il dipinto, proveniente dalla demolita Chiesa di San Spiridione, è opera di uno sconosciuto, buon pittore protobarocco, forse uno dei cosiddetti “controriformati” (Nucci, Damiani, Giorgetti) attivo nelle Marche nella seconda metà del’600.
Si tratta di una tela complessa, di notevole valore pittorico con influenze e ascendenze dell’ultimo Lilli, la cui composizione è realizzata in due momenti nei quali le anime purganti sono rappresentate in basso ed il gruppo dei santi in alto disposti secondo un’iconografia circolare di grande tensione.
Il quadro rappresenta San Spiridione in abiti vescovili e San Giuseppe con il bastone infiorato, che attraverso la Vergine intercedono presso il signore a favore delle anime purganti in un turbinio di panneggi, forme e colori realizzati secondo uno schema figurativo visionario.
In mezzo ai due santi un giovane allevia le sofferenze versando acqua tra le fiamme.
Tela di Giuseppe Caprari da Osimo, buon insegnante di disegno e discreto pittore contemporaneo che rappresenta Sant’Andrea Avellino sorretto da un giovane chierico davanti all’altare mentre ha la visione dello spirito santo con due angeli.
Il dipinto fu posto sull'altare il 10 novembre 1931 in occasione della riapertura della chiesa dopo la ristrutturazione per il terremoto, nella posizione della crocefissione quattrocentesca commentata al n°19 e documentata da una fotografia di Mons.
Gualtiero Giamagli degli anni 15/20.
L’opera assomiglia ad un grande ex-voto ed è una specie di narrazione visiva che racconta l’arrivo del sacro convoglio sul colle di Loreto, subito oltre la costa adriatica.
L’iconografia rappresenta la Madonna col Bambino durante la traslazione della Santa Casa sostenuta dagli angeli ed assistita dai cherubini mentre a riva alcuni personaggi intenti in attività quotidiane salutano e guardano stupiti lo strano trasporto interrompendo le loro occupazioni.
Il dipinto è di autore ignoto di fine ‘700 inizio ‘800 che utilizzava una tecnica assai modesta aderendo, forse inconsciamente ai principi preromantici che avanzavano nella cultura dell’epoca e traspaiono dalla pennellata rapida e dal colore steso secondo le caratteristiche del periodo.
Opera datata 1644, dedicata ad un’ultima cena assai originale per composizione, taglio prospettico e realismo dei personaggi.
Il soggetto, quasi sempre realizzato secondo la classica composizione centrale, in questo caso viene proposto, anche se con qualche incertezza, secondo alcuni canoni della pittura di maniera e veneta di fine ‘500, che molto probabilmente l'autore conosceva.
La tela presenta una ricerca spaziale originale e poco utilizzata dagli autori minori, che si basa sul posizionamento del punto di vista fortemente rialzato, su colori carichi di energia e su una prospettiva trasversale utilizzata in particolare dal Tintoretto che denunciano una elaborazione espressiva inusuale nelle Marche.
La scena si svolge in un ambiente architettonico ricco e luminoso aperto su di un paesaggio collinare.
A gruppi, gli apostoli sono intenti a chiosare le rivelazioni fatte da Gesù durante la cena, il quale porge a Giuda che gli sta in piedi davanti, un tozzo di pane.
L’episodio descritto è assai movimentato: Gesù stringe a se il Giovane San Giovanni, gli apostoli discutono ed uno di loro parla con un servo che impugna una brocca.
In basso, anfore e piatti che ricordano l'opera del Rosselli nella Cappella Sistina, un cane, che esprime fedeltà, ed un gatto che rappresenta la diffidenza.
Villa Comunale Nappi è il complesso edilizio realizzato tra il 1850 ed il 1900 sui resti dell’antico convento di Sant’Agostino venduto dall’amministrazione Beauharnais alla famiglia Nappi, da questa demolito e ricostruito come residenza di campagna con annesso parco.
Del complesso fa parte la Chiesa del SS. Sacramento anticamente dedicata a Santa Maria Maddalena.
Dal 1972 la Villa è divenuta comunale e, restaurata, è ora sede di InTeatro e di centro scambi culturali con annessa foresteria.
La chiesa invece, storicamente più importante della Chiesa Parrocchiale, da qualche anno è divenuta il monumento cittadino al quale la popolazione è particolarmente legata perché racchiude le più cospicue testimonianze storiche di Polverigi.
Della sua costruzione non si hanno dati certi ma dovrebbe risalire alla seconda metà del XIII secolo perché contiene frammenti di affresco risalenti ad inizio XIV secolo e perché una delegazione del monastero partecipò al Capitolo Provinciale di Fano del 12 settembre 1290.
La struttura originaria dell’edificio è in stile romanico-gotico come documentato dai resti di due finestre sulla fiancata a mezzogiorno e dalla decorazione esterna dell’abside, la copertura è a capriate lignee e la fiancata sinistra era in comune con il chiostro ed il primo piano del Convento.
Più volte ristrutturata, è stata forse leggermente allungata, e sicuramente rialzata di circa 1 metro negli anni 30 dopo il terremoto quando è anche stata ridisegnata la facciata nelle sembianze attuali.
